Il TAR chiude l'”affaire” della scuola di via Boccaccio: Cerro Maggiore non dovrà risarcire allo Stato 2,5 milioni di euro
La sentenza, che di fatto sblocca 2,5 milioni di euro per le casse comunali, è arrivata a valle di una vicenda giudiziaria durata 35 anni

Il TAR per il Lazio scrive la parola fine in calce alla vicenda giudiziaria ormai ultratrentennale nata intorno alla scuola di via Boccaccio a Cerro Maggiore e cancella la spada di Damocle da 2,5 milioni di euro che da anni incombeva sulle casse comunali rispedendo al mittente la richiesta di risarcimento arrivata dallo Stato.
L'”affaire” della scuola di via Boccaccio
La querelle chiusa nei giorni scorsi dal Tribunale Amministrativo Regionale affonda le sue radici nella decisione maturata da Palazzo Dell’Acqua a fine anni ’60 di costruire una nuova scuola, in scia alla quale nel 1974 il Comune dispone l’occupazione urgente di un terreno di proprietà privata. La scuola verrà poi costruita, ma a quel primo decreto non seguirà mai il decreto di esproprio vero e proprio nei cinque anni previsti dai termini di legge.
La “battaglia” giudiziaria inizia poi nel 1990, quando i precedenti proprietari dell’area dove oggi si trova la scuola di via Boccaccio decidono di portare il Comune di Cerro Maggiore in tribunale per chiedere il risarcimento del danno procurato dall’illegittima privazione del proprio diritto di proprietà: richiesta respinta al mittente per l’intervenuta prescrizione prima dal Tribunale di Milano nel 1994, poi dalla Corte d’Appello meneghina quattro anni dopo e infine dalla Corte di Cassazione nel 2003.
La proprietà, però, non si ferma qui e porta la questione davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo «per sentir dichiarare che l’espropriazione indiretta non è conforme al principio di legalità». Tesi di fatto accolta dalla CEDU, che stabilirà come «il meccanismo dell’espropriazione indiretta non sia idoneo a garantire un grado sufficiente di certezza del diritto», mettendo nero su bianco che la proprietà dell’area «non ha avuto “certezza giuridica” riguardo alla privazione del terreno fino alla decisione degli Ermellini nel 2003. Situazione che per la Corte Europea «ha permesso all’amministrazione di trarre vantaggio da un’occupazione illegale di terreni», con la prescrizione del risarcimento che «ha avuto l’effetto di privare la ricorrente di qualsiasi risarcimento del danno subito».
Alle sentenze della CEDU del 2006 e del 2012 segue nel 2019 un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che chiede a Palazzo Dell’Acqua 2,5 milioni di euro per rivalersi nei confronti del Comune degli oneri sostenuti per la condanna arrivata dall’Europa, e per la chiusura dell’ulteriore vicenda giudiziaria che si innesta su questo decreto ci vorranno altri sei anni.
La sentenza del TAR
Alla richiesta di rivalsa di Palazzo Chigi il Comune oppone infatti «l’assenza di una congrua motivazione a sostegno della determinazione di rivalersi nei confronti dell’amministrazione comunale nonché un difetto di istruttoria, ritenendo che non gli possa essere imputata alcuna responsabilità». Per lo Stato, invece, i presupposti per la rivalsa ci sono, «essendo la condanna dell’Italia a suo dire riconducibile unicamente alla condotta del Comune, il quale sarebbe rimasto a lungo inerte riguardo all’adozione di un regolare provvedimento di esproprio, con conseguente verificarsi di un’espropriazione indiretta».
Tra i due contendenti il TAR per il Lazio ha premiato la tesi dell’amministrazione comunale, ritenendo che la lesione dell’interesse della proprietà originaria del terreno «non possa ritenersi ascrivibile tout court, sotto il profilo causale, al Comune, nella considerazione che – sebbene quest’ultimo non abbia adottato un formale decreto di esproprio – il pregiudizio alla proprietà non risulta essere stato arrecato dalla mera condotta di tale ente bensì dal complessivo sistema di regolazione della materia», e in particolare «dall’affermazione nella giurisprudenza nazionale del principio dell’espropriazione indiretta e del correlato diritto dell’interessato ad un risarcimento integrale del danno conseguentemente subito a seguito della perdita della proprietà, soggetto, però, ad un termine di prescrizione di soli cinque anni, che, secondo la Corte Europea non risulterebbe conforme all’art. 1 della Convenzione».
L’amministrazione: “35 anni di parcelle legali per avere giustizia”
Per Palazzo Dell’Acqua nell’uovo di Pasqua non poteva ovviamente esserci sorpresa più gradita della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale. «In questi anni ci siamo sempre battuti per avere giustizia – sottolinea il sindaco Nuccia Berra -. Essere condannati a pagare quasi 2,5 milioni di euro è un’assurdità, acuita dal fatto che questi soldi chiuderebbero una vicenda giudiziaria lunghissima». «Trentacinque anni di parcelle legali per ottenere giustizia – aggiungono dal gruppo di maggioranza -. Una vicenda paradossale che ha bloccato investimenti e servizi per tutta la comunità. Quello che infastidisce è soprattutto il fatto che questo problema avrebbe potuto finire all’inizio degli anni 2000, con notevole risparmio e soddisfazione da parte di tutti; invece, per superficialitàm l’allora governo Renzi decise di far pagare a noi la condanna della Corte Europea. Oggi il TAR del Lazio mette un punto e speriamo che nessun altro Comune si debba trovare in questa condizione. Noi fortunatamente abbiamo saputo trovare finanziamenti importanti per fare gli investimenti che oggi iniziamo a vedere, ma altre amministrazioni, magari più piccole, rischierebbero di rimanere soffocate da simili situazioni».
La Lega: “La sentenza riporta giustizia alla comunità”
Sulla stessa linea anche la sezione cittadina della Lega. «La sentenza del Tar Lazio è una boccata d’ossigeno per le casse comunali e riporta un minimo di giustizia alla nostra comunità – è il pensiero del segretario Gianluca Ciculi -. In questa occasione, come anche in passato, vogliamo ringraziare l’onorevole Fabrizio Cecchetti che lo scorso ottobre, proprio su questa vicenda, presentò un’interrogazione parlamentare per portare all’attenzione del Governo questa situazione in cui non solo Cerro Maggiore si trovava. Speriamo che la sentenza del Tar possa aiutare altre amministrazioni che soffrono a causa della famigerata azione di rivalsa che lo Stato può attuare nei confronti degli enti locali».
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